«IN AFGHANISTAN VIVEVO … ORA DICO QUELLO CHE NESSUNO RACCONTA»

E’ venerdì, il giorno della punizione pubblica dei peccatori, gli infedeli, allo stadio di Kabul. Un padre entra nel campo tenendo per mano due bambine, di circa nove anni, stringendole come in una morsa. Di fronte a loro viene condotta la madre, legata e coperta dal burqua. È condannata alla lapidazione per adulterio. Le bambine sono in lacrime, sconvolte.

FARHAD BITANI A UDINE:«IN AFGHANISTAN LAPIDAVO LE DONNE. ORA VIVO PER DIRE  QUELLO CHE NESSUNO RACCONTA»
«Volevo uccidere gli infedeli»

 
E’ venerdì, il giorno della punizione pubblica dei peccatori, gli infedeli, allo stadio di Kabul. Un padre entra nel campo tenendo per mano due bambine, di circa nove anni, stringendole come in una morsa. Di fronte a loro viene condotta la madre, legata e coperta dal burqua. È condannata alla lapidazione per adulterio. Le bambine sono in lacrime, sconvolte. Le guardie sciolgono la madre e le permettono di abbracciarle per l’ultima volta. Poi la strappano da quell’abbraccio che non voleva terminare. Poco dopo la pioggia di pietre, lanciate dai carnefici fattisi avanti dal pubblico, sotto gli occhi delle bambine. Farhad Bitani è un ragazzino, con gli amici è andato a vedere lo spettacolo, perché il mullah gli ha spiegato che Dio perdona gli errori di un credente, se questi combatte contro gli infedeli. «Prima di allora non avevo mai provato sensi di colpa e anch’io avevo lanciato pietre. Ma i volti di quelle bambine, le loro grida…»
Ad assistere alle lapidazioni non ci è più andato. Le parole di Farhad Bitani, ospite a Udine del ciclo di incontri «Solidarietà per Azioni» promosso da Caritas e Centro missionario diocesano, venerdì 20 febbraio, gelano il sangue.
Farhad oggi ha 28 anni e vive a Torino, come rifugiato politico. Ex capitano dell’esercito afghano contro i talebani, potrebbe risiedere con tutti gli onori nel suo paese, ma ha abbandonato le armi – e la ricchezza –, mettendo a rischio la sua stessa vita, per impegnarsi nel testimoniare l’«Afghanistan che nessuno racconta», perché, dice, «soltanto la verità può salvare il mio paese». Una verità atroce, fatta di crudeltà e odio, di mani mozzate e teste appese agli alberi, di donne private di ogni loro diritto e violentate per strada, di bambini costretti a soddisfare i desideri sessuali dei potenti di turno.
Figlio di un generale dei mujaheddin, uno degli uomini più fidati del presidente Karzai, Farhad aveva 6 anni quando la guerra civile in Afghanistan è iniziata e ancora l’Occidente non ne parlava. «La violenza era la normalità. Uscivo di casa e vedevo cadaveri. Gli uomini venivano decapitati in strada e i mujaheddin con grandi stereo portatili mettevano musica, mentre le membra del decapitato si agitavano per i riflessi causati dal liquido bollente versato nel corpo. Lo chiamavano il “ballo del morto”».
Farhad giocava alla guerra con le armi degli uomini della scorta del padre e quando andava con lui ai blocchi militari tutti gli facevano festa. «Ecco il figlio del nostro comandante!». Lo lasciavano sparare su container e case. «Non ho ucciso nessuno da ragazzo, ma chissà quanti ho terrorizzato con quei razzi». Voleva essere un guerriero, come il padre.
Quando nel 1997 i talebani presero il potere il padre di Farhad fu incarcerato e la sua famiglia costretta a nascondersi. «I talebani vietarono tutto: le fotografie, la musica. Nei libri le immagini venivano strappate. Guardare la televisione era un reato. Gli uomini erano costretti ad usare il turbante, a tenere la barba lunga, le ascelle rasate. Ogni trasgressione era considerata segno d’infedeltà e punita con frustate. Le donne dovettero usare il burqua e non potevano parlare con gli uomini che non fossero loro parenti stretti. «Tenevano il popolo nell’isolamento e nell’ignoranza. I capi talebani avevano le loro case in Pakistan, e là i loro figli facevano la bella vita, mentre in Afghanistan si opprimeva il popolo usando il pretesto dell’Islam».
Alle scuole coraniche si imparava il Corano a memoria. In arabo. «Nessuno di noi capiva l’arabo – racconta Farhad –. Il mullah ci spiegava quello che secondo lui era il significato. Ci diceva che un vero credente deve odiare gli infedeli e che uccidere un infedele è cosa gradita a Dio. Per questo tutti i ragazzi partecipavano volentieri alle lapidazioni. E anche io».
Nel 1999 il padre di Farhad fugge dal carcere e l’intera famiglia si trasferisce in Iran. «Lì eravamo trattati benissimo, perché mio padre era uno dei potenti mujaheddin afghani». Ma Farhad ha iniziato a farsi delle domande. «Ho visto tanti fondamentalisti amici di mio padre, uomini che anche oggi sono al potere, violentare bambini di 6-8 anni. Ho visto comandanti andare nelle scuole a prelevare le ragazze che gli piacevano ».
Con il controllo della Nato in Afghanistan, dopo la guerra seguita all’attacco alle Torri gemelle, Farhad è tornato con la sua famiglia a Kabul. Il padre era di nuovo comandante dell’esercito del governo di Karzai, sostenuto da americani e mujaheddin. «Io e gli altri figli di fondamentalisti abbiamo fatto la bella vita – racconta –. Per divertirci andavamo a Dubai. I dollari americani arrivavano come pioggia. I capi, anziché usarli per il Paese, li davano ai figli, che li sperperavano. E lo stesso fanno oggi».
La denuncia di Farhad è netta: «In dodici anni in Afghanistan sono stati spesi 110 miliardi di dollari. Finiti tutti nelle mani dei fondamentalisti e della mafia internazionale.
I ricchi si sono arricchiti e hanno continuato a usare l’Islam per accrescere il loro potere». Quando, dal 2004, gli attacchi di Al Qaeda si intensificarono il padre di Farhad fu più volte preso di mira dai talebani e Karzai gli propose di prendere un po’ di respiro nominandolo addetto all’ambasciata afghana a Roma. Farhad ricorda esattamente ciò che pensò: «Non voglio andare in un paese d’infedeli, di diavoli!». Il primo giorno, in Italia, vide una coppia che si baciava. «Sputai a terra e invocai la vendetta di Dio sugli infedeli ».
Entrò all’Accademia militare di Modena. E mentre studiava strategie militari fianco a fianco degli studenti italiani li disprezzava: «Devo fare attenzione, che non mi facciano diventare cristiano!». Giorno dopo giorno la sua risolutezza iniziò a vacillare. «Tanti piccoli gesti mi fecero aprire gli occhi», racconta. Una signora che lo vide in lacrime e gli chiese con tenerezza: «Figlio perché piangi?»; la mamma di un compagno che, con dolcezza, una notte gli posò la mano sulla fronte per sentire la febbre… «Perché mi aiutano, questi infedeli?», si chiedeva. E cominciò a frequentare gli italiani, per capire.
La svolta decisiva avvenne dopo un attentato scampato, in una delle frequenti vacanze in Afghanistan. «Dio mi ha risparmiato dalla morte quel giorno perché io testimoni la verità davanti a tutto il mondo – spiega oggi Farhad –. In Italia ho conosciuto tante persone migliori di me. Non sono afghani, né musulmani. Qui ho consciuto il rispetto per le altre religioni, l’ho imparato attraverso le persone, e ho imparato ad amare la mia». È per una bizzarra casualità che la presenza di Farhad a Udine coincide con il giorno in cui la Julia annuncia la prossima partenza proprio per l’Afghanistan.
L’ex comandante non è tenero con gli eserciti occidentali: «Le missioni? Non servono a nulla . L’Italia spende 1 miliardo di dollari all’anno per l’Afghanistan, ma i soldati partono con l’obiettivo di salvare la pelle e di guadagnare un sacco di soldi.
E l’instabilità dell’Afghanistan a molti paesi fa comodo…». Non si sta meglio, oggi in Afghanistan? «Ci sono le strade asfaltate, le case… Sì, la situazione è migliorata dal tempo dei talebani, ma le violenze e i soprusi sono ancora esperienza quotidiana. E anche il fondamentalismo e la corruzione». Farhad li ha vissuti sulla propria pelle. «Anche io, se volessi, da comandante potrei fare la bella vita a Kabul. Mentre i poveri restano poveri. Fino a quando gli aiuti internazionali transiteranno nelle mani delle famiglie dei comandanti, non ci sarà speranza per il mio Paese».