EBOLA: ISOLATI E NULLA DA MANGIARE

«Siamo venuti ad offrirvi questi alimenti, non vogliamo che vi sentiate abbandonati». Bastano queste parole. I bambini cominciano a saltare per la gioia e sul viso di Abdulai appare finalmente un ampio sorriso. La moglie è seduta poco distante, davanti alla veranda, con evidenti segni della malattia.

IN SIERRA LEONE L’EMERGENZA EBOLA NON È AFFATTO FINITA. LA CHIESA UDINESE SI MOBILITA CON LA CAMPAGNA QUARESIMALE Isolati. E nulla da mangiare

 
«Siamo venuti ad offrirvi questi alimenti, non vogliamo che vi sentiate abbandonati». Bastano queste parole. I bambini cominciano a saltare per la gioia e sul viso di Abdulai appare finalmente un ampio sorriso. La moglie è seduta poco distante, davanti alla veranda, con evidenti segni della malattia. Sono 8 in casa e non hanno nulla da mangiare. Da diversi giorni la loro abitazione è posta in quarantena, sorvegliata dalla Polizia. Abdulai ringrazia i missionari e i volontari della parrocchia. E li supplica: «Non dimenticatevi di noi».
 
NON «POSSIAMO USCIREdi casa per 21 giorni. Mia moglie non può andare al mercato a vendere, io non posso nemmeno andare in campagna a lavorare o almeno a raccogliere qualche patata… La siccità e gli animali rovineranno tutto!». Non vede vie d’uscita, Abdulai. «Cercheremo di rimanere in contatto – cerca di rassicurarlo padre Patrick –, anche dopo la quarantena».
Incontri di vita quotidiana in Sierra Leone, dove l’emergenza ebola non è affatto finita. Nel Paese sconvolto dal virus – 10 mila i casi e 3 i morti accertati – l’epidemia appare ultimamente sotto controllo, ma la drammatica conta delle vittime non si è ancora fermata e la vita nei villaggi resta paralizzata per la paura del contagio.
Un grido d’aiuto, quello proveniente dal paese africano, che non lascia indifferente la Chiesa Udinese. La campagna quaresimale promossa dal Centro Missionario diocesano con lo slogan «Stop Ebola» è infatti rivolta quest’anno proprio a sostenere le attività dei missionari friulani a servizio nella diocesi di Makeni, nella Sierra Leone che lotta contro il virus. Tra questi padre Carlo di Sopra, Saveriano originario di Rigolato. «Le scuole qui sono ancora chiuse – racconta –. Dicono fino alla fine di marzo. Sempre che non si abbiano nuovi casi. Per ora sono ancora una media di 15 al giorno. Vorremmo poter dire che l’emergenza è finita, ma non è così». Padre Girolamo Pistoni lavora al fianco di padre Carlo da 25 anni. «Nella parrocchia di S. Conforti abbiamo aiutato 99 famiglie – racconta –, molte altre stanno vivendo le difficoltà dell’isolamento e della perdita di persone care e aspettano il nostro aiuto come la pioggia di maggio ».

Quarantena di massa

Nei mesi scorsi, a causa dell’epidemia, il governo di Free Town è arrivato alla decisione straordinaria di «cancellare» Natale e Capodanno e di isolare tutto il nord della Sierra Leone (dove si sono registrati fino a 100 nuovi contagi al giorno) per limitare la diffusione dell’epidemia. Negozi e mercati chiusi, traffico consentito solo ai veicoli autorizzati, niente festeggiamenti né riunioni di famiglia, in un Paese in cui la popolazione è per un quarto cristiana (durante la messa non si dà più il segno della pace). Ovunque soldati che pattugliavano le strade, fermando le persone ai posti di blocco per misurare loro la temperatura e far lavare le mani con la candeggina: una vera e propria quarantena di massa. «Noi missionari, per primi, speriamo che tutto questo finisca presto e si torni alla normalità – si augura padre Carlo –. È stata stressante davvero per tutti questa inattività e tensione continua…»

Lo stigma dell’untore

Proprio la quarantena costituisce un drammatico problema sociale collaterale. I parenti delle persone contagiate e dei deceduti vengono infatti mantenuti in una zona di isolamento (per 21 giorni) dalla quale non possono allontanarsi per nessun motivo. «Oltre a non potersi guadagnare da vivere – spiega padre Carlo –, né avere accesso ai servizi essenziali (i pozzi per l’acqua, ad esempio, ndr), chi è in quarantena subisce lo stigma dell’”untore”, andando andando incontro al rifiuto di chi teme il contagio ».

Un paese paralizzato dalla paura.

Il lavoro e quindi l’economia dell’intero paese sono bloccati, le compagnie minerarie e molte società hanno abbandonato la regione e il commercio stesso, anche quello di beni essenziali, è in stallo. Le necessità legate a tale stato di emergenza sono molteplici, non soltanto quelle strettamente legate all’assistenza sanitaria e alla cura dei pazienti. A complicare tutto si aggiunge la paura. I pazienti spesso rinunciano a recarsi in ospedale, con il conseguente aggravamento della mortalità anche a causa di altre malattie non curate. I missionari Saveriani hanno avviato una capillare opera di reperimento e distribuzione di alimenti alle famiglie in quarantena, nonostante i rischi che tale attività comporta. Al contempo, contribuiscono al sostegno finanziario delle strutture ospedaliere.

La storia di Clement e Florence

«Ora ci sono più medici che lavorano sul campo ed anche più coscienza da parte della gente, anche se non ovunque», osserva padre Carlo Pochi giorni fa il Saveriano, rientrando a casa dalla capitale, si è fermato a salutare una famiglia amica, Clement e Florence. «Hanno tre figli, che erano fuori, ma in casa con loro ho trovato dei nuovi volti – racconta padre Carlo –: Mabiti, più piccola, e Angela, una ragazzina. Di due famiglie diverse, ma accomunate dalla stessa sorte di essere rimaste senza papà e mamma, che hanno contratto il virus dell’ebola. Clement e Florence hanno aperto le porte della loro casa e le hanno adottate. Non sono benestanti, lui fa il sarto e lavora in un piccolo villaggio, lei casalinga e si occupa della campagna attorno a casa. Poi c’è un altro ragazzo, John. È un “sopravvissuto”. Ha contratto il virus assistendo un malato, ma è guarito. Alla gente fa ancora paura, e Clement e Florence, che hanno preso parte ad alcuni corsi per animare la comunità su come comportarsi con l’ebola, hanno accolto temporaneamente anche lui in casa loro». La buona notizia è che dagli ultimi giorni di gennaio l’epidemia di Ebola appare sotto controllo. Ma questo, come detto, non significa che l’emergenza in Sierra Leone possa dirsi conclusa. E il cammino per riuscire a lasciarsi alle spalle lo strascico di problemi che il virus ha portato con sé è ancora lungo.