Servizio Civile in Etiopia: l’esperienza di Francesca Gnesutta

Un'incredibile vita normale

Prima di partire non sognavo l’Africa. Ho scelto il mio progetto di servizio civile perché coerente con il mio percorso di studi e perché una precedente volontaria me ne aveva parlato bene. Volevo poi trascorrere un anno in un luogo diverso dai posti in cui ero già vissuta, e vedere come sarei riuscita a cavarmela. Ora sono a Emdibir, in Etiopia, da otto mesi. Siamo nel pieno della stagione delle piogge, il che significa che durante la giornata pare a tratti di essere in una calda primavera, a tratti in un imminente autunno.

Durante il mio tempo qui ho vissuto emozioni altalenanti. Banalmente, a seconda del proprio umore la stessa cosa può parere una scoperta o uno shock, un confronto stimolante o una frustrante incomprensione. Una riflessione su quel è il mio servizio civile immagino la potrò fare davvero alla fine di questa esperienza e a distanza di tempo, mentre ora pensandoci mi saltano in mente casuali episodi e sensazioni.

Mi sono divertita la notte in macchina tra le buche di fango stando attenta a proteggere la testa per non picchiarla contro il tettuccio; mi sono emozionata nel riconoscere costellazioni mai viste prima in un cielo ricolmo di stelle e ho sentito un brivido nel vedere le iene a pochi passi da me.

Ho provato una dolorosa ingiustizia nel constatare che nella vita posso teoricamente fare tutto quello che desidero ma non è lo stesso per i miei amici e colleghi etiopi.

Grazie al lavoro che svolgo qui ho cambiato la mia fosca percezione della vita d’ufficio, che immaginavo – e da qualche parte sarà pure così? –  fatta di gente scorbutica sommersa da pile di documenti in un ambiente grigio. I miei colleghi sono sorridenti e affabili, l’atmosfera è leggera. Mi pare di essere tornata a scuola a volte, tanto giovanili – e molti effettivamente giovani – sono quelli che lavorano con me. La pausa caffè tutti insieme è una piacevole ricreazione e ogni anno è prevista una gita!

Ma più di tutto, la cosa più grandiosa la sto iniziando davvero a fare adesso, ed è il costruirmi una vita quotidiana qui. Ho smesso di sorridere continuamente a chiunque per paura di essere considerata una straniera poco gentile e di giocare con i bambini anche se non ne avevo particolarmente voglia solo perché mi sentivo in dovere di farlo. Non faccio quasi più foto, come non ne farei a casa mia, perché mi godo semplicemente quello che vedo. Dormo fino a tardi il sabato mattina, esco con gli amici dopo il lavoro, gioco a carte la sera. Quando nel tardo pomeriggio esco dall’ufficio, guardo le bellissime e giganti foglie delle ensete (i “falsi banani”) sulla strada, magari saluto qualcuno che conosco e provo un senso di affetto famigliare verso ciò che mi circonda. Come in ogni quotidianità ci sono giorni sì e giorni no, giorni in cui ci si rilassa e giorni in cui si pensa solo a resistere e ad andare avanti. Ora, io non sognavo l’Africa, no, e non fantasticavo sulla mia vita in Etiopia. E ne sono felice, perché ora mi sto costruendo un’idea di questo contesto giorno per giorno, basata su idee mie e di chi conosce davvero questa realtà, staccandomi il più possibile da pregiudizi e idealizzazioni.

Quello del servizio civile è un anno di cui vale la pena approfittarsi. Lo si può fare in un luogo in cui da tempo si sognava di andare, ma anche no. Lo si può fare perché ci si vuole umilmente mettere al servizio di altri, ma anche per se stessi. Lo si può fare per i motivi più disparati, ma la verità è che non c’è un motivo per non farlo. È un anno in cui poter indagare cosa si è, cosa si vuole, cosa si è in grado di fare. È come far parte di un esperimento su se stessi. Male che vada, una volta tornati a casa si potrà catalogare questa esperienza tra quelle non riuscite e continuare con la propria vita. Bene che vada, saremo più forti, più coscienti di noi stessi e avremo un nuovo posto nel mondo in cui tornare come si torna a casa.