Etiopia, cantiere aperto

È un’amicizia lunga 8 anni quella che lega indissolubilmente la diocesi di Udine a quella di Emdibir, in Etiopia. Qui la Chiesa Udinese ha realizzato numerosi progetti e ha in essere importanti iniziative. La novità è che da quest’anno questo speciale legame, nato e cresciuto all’insegna della solidarietà,

 
Dal Friuli ad Emdibir a dar lezioni di edilizia e aiutare bambini e scuole. L’esperienza di due giovani friulane
 
 
È un’amicizia lunga 8 anni quella che lega indissolubilmente la diocesi di Udine a quella di Emdibir, in Etiopia. Qui la Chiesa Udinese ha realizzato numerosi progetti e ha in essere importanti iniziative. La novità è che da quest’anno questo speciale legame, nato e cresciuto all’insegna della solidarietà, cammina anche sulle gambe di due giovanissime ragazze friulane: Monica Abriola, 28 anni di Latisana, e Fabia Goruppi, 27 anni di Gorizia (nella foto sopra) che, dalla fine di aprile, sono nel paese africano come «caschi bianchi» della Caritas diocesana di Udine. 
Oltre a due progetti di sostegno a distanza, a Shebraber e a Getche – attraverso i quali vengono aiutati i bambini e le scuole nelle quali studiano – significativo è l’impegno che il Centro Missionario ha dedicato al settore della formazione, con l’obiettivo di creare per i giovani occasioni concrete di futuro. Da qualche anno è stata così avviata – appunto con il sostegno della Diocesi di Udine – una scuola professionale (carpenteria, edilizia e sartoria) che rappresenta per le zone rurali e le loro comunità una grande opportunità. E ora si sta avviando anche la sezione agraria. «Le attuali strutture scolastiche – spiega il segretario del Centro Missionario, Stefano Comand – offrono scarse possibilità di qualificazione seria in ambito professionale. Migliorarle significa offrire alla popolazione prospettive di sviluppo agricolo e sociale, soprattutto attraverso il progresso delle tecniche agronomiche e di costruzione. Le competenze acquisite dai giovani potranno divenire un prezioso motore di trasformazione della società rurale, contribuendo a evitare l’esodo verso la città». 
È dunque in questo contesto che le due giovani friulane stanno operando. In particolare Monica Abriola (nella foto a sinistra), laureata in Architettura all’Università di Udine, che non è alla sua prima esperienza nel Corno d’Africa. Qui, infatti, ha sviluppato un progetto per la sua tesi di laurea dal titolo «Provare, capire, costruire. Modelli tipologici vernacolari e esperienza progettuale in terra cruda nella regione etiopica del Guraghe» con il professor Mauro Bertagnin che da tempo segue e collabora al progetto della scuola edile con l’obiettivo di innovare e migliorare la tipologia architettonica tradizionale e le relative tecniche di costruzione. 
Alla sua partenza Abriola aveva raccontato a «la Vita Cattolica» il suo «grande desiderio di mettersi in gioco» immaginando di avere davanti «un anno molto ricco dal punto di vista personale». A poco meno di sei mesi dall’avvio di questa avventura il bilancio è perfettamente in linea con le attese di allora: «Sto vivendo – spiega la giovane di Latisana – una bellissima esperienza sia sul piano umano che professionale». Oltre al lavoro dedicato ai progetti di sostegno a distanza, Abriola è infatti impegnata nelle lezioni di edilizia agli insegnanti, supervisionando anche il loro lavoro in classe con gli studenti. Non basta. «Ho seguito anche piccoli progetti di edilizia – spiega ancora -, abbiamo infatti costruito una classe e una caffetteria», attività questa che riprenderà proprio in questo mese di ottobre che in Etiopia vede la fine della stagione delle piogge. In cantiere, infatti, c’è la realizzazione di una casa per una vedova, che vedrà la sperimentazione di nuove tecniche di costruzione volte a dar vita a un ambiente più salubre. 
Prosegue dunque con grande slancio questa esperienza che – ne siamo sicuri – sta regalando occhi nuovi a queste due giovanissime ragazze che vivono quotidianamente a contatto con una realtà molto diversa da quella friulana, segnata da una grande povertà, ma che ha fatto loro riscoprire, ci confidano, un grandissimo «senso di comunità». 
Anna Piuzzi
 
 
16/10/2014